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06. Percezioni

di Simone Lo Monaco

Una ormai non troppo velata contaminazione sembra caratterizzare e unire il panorama moda e quello del food.

Molteplici collaborazioni sembrano confermare questa stravagante, ma allo stesso tempo intrigante tendenza. Basti pensare alla partnership tra GCDS e Barilla o agli accessori di Adrian Appiolaza per le ultime collezioni di Moschino, come la Rosetta Bag, per citarne alcuni.

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Con questo articolo vorrei concentrarmi su un aspetto che, da osservatore e addetto ai lavori, mi ha ispirato riuscendo a portare questo tipo di contaminazione ad un altro livello: la somiglianza disarmante tra le texture del cibo come può essere la sfogliatura di un croissant o il manto vellutato di un frutto e il movimento e la struttura di un tessuto.

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Qualche mese fa sono andato a Parigi e, seduto nel dehors di una boulangerie nel quartiere Les Marais, mi sono soffermato sulla superficie di un pain suisse e mi è venuta in mente una visione molto limpida, quasi palpabile: il plissé. 

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Non uno qualsiasi bensì quello di Issey Miyake con i suoi volumi, la sua complessità e al tempo stesso la sua portabilità, designer giapponese celebre soprattutto per la tecnica di plissettatura, tanto da crearne una linea dedicata.

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Sono convinto che ogni sfaccettatura dell’arte sia collegata, la manualità, la sensibilità, la ricerca, l’unicità. In questo caso cibo e moda, nonostante siano mondi distanti soprattutto in termini di materia, trovo dei tratti comuni, anche solo parlando di percezioni visive.

Eppure in entrambi i casi si tratta di precisione matematica, attenzione al dettaglio e temperature ben definite, il risultato ottenuto da queste tecniche complesse è un artefatto scultoreo, leggero e armonico.

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Addentrandoci per un attimo nella tecnica della viennoiserie, è necessario lavorare bene la sfoglia, parliamo più nello specifico di una laminazione dove vediamo alternare strati di pasta lievitata al burro, tramite 3, 4 o 5 ripetizioni di pieghe, in base agli strati che si vogliono ottenere. Ne consegue che più l'impasto è stratificato, più il prodotto è friabile.

 

Questo processo richiede una precisione chirurgica nel fare le pieghe (un esempio è la "piega alla francese" che consiste nell’integrare un panetto di burro freddo all’interno dell’impasto, stenderlo e ripiegarlo su se stesso varie volte creando una stratificazione di strati sottilissimi di burro e pasta) e nella gestione delle temperature cosicché il burro resti plastico e separato dalla pasta, garantendo la caratteristica struttura a nido d'ape.

Per quanto riguarda il plissé invece, vediamo due momenti rilevanti: l’invenzione, per mano dello stilista Mariano Fortuny (di cui purtroppo non se ne parla mai abbastanza) e l’innovazione, che abbiamo sia dal punto di vista tecnologico, di materiale che di forma e struttura concepita dal designer giapponese Issey Miyake.

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Dopo anni di studio e di ricerca di tessuti è infatti giunto a sviluppare una sua tecnica in cui tramite l’uso della fibra sintetica, in questo caso il poliestere piegato con pressature a caldo, garantiva una certa resistenza, capace di non perdere la forma anche dopo il lavaggio in acqua. Questo materiale per il designer diventa materia viva, studiandolo quasi come se fosse un’estensione del corpo e lasciando che sia effettivamente l’abito a parlare in tutta la sua semplicità complessa.

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Contrasti di luci e ombre, strutture elaborate, scultoree, ma leggere, senza contare anche la percezione tattile e uditiva che rendono questo immaginario più concreto, materico, sensoriale. 

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Questi parallelismi sono stimoli a sviluppare un pensiero divergente, non conforme, creativo, osservando il mondo e ciò che ci circonda, compreso quello che può sembrare banale, sotto un’altra luce, un’altra prospettiva, con la consapevolezza e il potere di dargli la tua declinazione.

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