
“È stato di fatto un processo molto naturale.”
Queste sono le parole pronunciate dalla designer Virginia Evangelista, un’artista che plasma il metallo rendendolo quasi vivo, materico come nella sua forma più grezza.
Virginia fonda il suo omonimo brand nel 2019, per una necessità di comunicare qualcosa attraverso l’atto pratico della manipolazione materica e dalla voglia di riuscire a replicare forme che altrimenti vedremmo solo in natura.
È stato interessante addentrarsi nei meandri della sua mente, introdursi nel suo processo di rielaborazione dell’immagine per arrivare a qualcosa di tangibile. Trovo sempre affascinante scoprire come ogni artista ragioni a se, non c’è uno schema comune per arrivare ad un risultato, ma riconosco una peculiarità in cui onestamente mi ritrovo: vedere il mondo con gli occhi di un bambino.
Credo fermamente che ogni creativo si riveda in quest’ultima affermazione, perché è proprio quella caratteristica, in un settore ampio come l’arte, che permette di sperimentare senza porsi dei limiti in cui l’unico limite paradossalmente sei tu.

Ciao Virginia, raccontami un po' come ti sei appassionata a questo mestiere.
Dopo essermi laureata in Storia dell’Arte all'Accademia di Brera, dato che era un percorso prettamente teorico per diventare gallerista, curatrice, scrittrice d'arte, sentivo la mancanza di qualcosa di pratico, qualcosa di concreto, però non sapevo ancora esattamente cosa.
Ricordo che da piccola ero appassionata di archeologia e paleontologia, tant'è che quando mi chiedevano cosa volessi fare da grande dicevo l’archeologa. Questa attrazione è emersa anche con le ricerche che facevo per creare forme diverse. Dopo vari tentativi è nato questo oggetto ispirato a uova di dinosauro che avevo visto online.
Inizialmente l’ho pensato come ad un posacenere e avendo fatto questo primo prototipo in creta, mi chiedevo “come faccio a realizzarlo in metallo?” ero tornata in provincia di Como, dove sono nata, e siamo andati in questa fonderia di alluminio con mio padre, parlando con gli artigiani abbiamo detto, “abbiamo questo pezzo d'argilla e vorremmo realizzarlo in alluminio”.
Mi sono poi resa conto che forse il posacenere era esagerato e ho pensato di poterlo fare un po’ più piccolo, quando l’ho visto ho detto “Deve essere un orecchino”. Nacque così il mio primo pezzo “Embryo”.
È stato di fatto un processo molto naturale composto da diversi fattori, da ciò che mi interessava, da una ricerca personale, dalla mancanza pratica di saper fare e la consapevolezza di voler indossare ciò che creavo.

Invece chi è Virginia?
Bella domanda, in realtà non saprei come definirmi, sicuramente sono una creativa, non mi sento una designer di gioielli, ma forse solo una designer.
Diciamo che mi intriga tutto ciò che ha a che fare con la creatività in tutte le sue sfaccettature…
Infatti nel tuo percorso ho visto che ti sei dedicata anche ad altre forme che vanno oltre alla gioielleria.
Come è partita l’idea di creare un qualcosa che non si potesse indossare?
Anche quello è nato in maniera molto naturale, proprio perché non mi considero solamente una designer di gioielli.
Tutto ciò che sentivo fosse o potesse essere interessante da realizzare l'ho fatto, quindi volevo sperimentare qualcosa di diverso. Volevo superare me stessa, in qualche modo dire ok facciamo qualcosa di più grande, di diverso, di funzionale come un set di posate o ad esempio un pezzo sul quale sto lavorando, ispirato dal mio ultimo viaggio, un portaincensi.
Quando vedo un elemento che mi attrae dico vorrei farlo anch'io, mi piacerebbe ricrearlo e mi sembra di poterlo fare. Questo lavoro mi sta dando questa possibilità.
Ho fatto anche una specie di cerchietto in ottone una volta, mi dicevano “non riuscirai a farlo”, invece poi alla fine con del filo di rame ho fatto la base, era un cerchietto che girava intorno all'orecchio e scendeva dietro, a questo poi potevi attaccare degli orecchini, era un pezzo diverso, strano.
Riceviamo stimoli e input costantemente e mi piace rispondere quando sento che è qualcosa che può essere interessante per me, per questo perché fermarsi ai gioielli?
Poi ho iniziato a creare ornamenti più nell'ambito della casa, quindi ho detto facciamo delle posate e vediamo come vengono. Rimangono però tutti dei temi un po’ costanti, che fanno parte sicuramente della mia ricerca anche visiva.


Parlando del tuo processo creativo, qual è il tuo approccio? Da cosa trai ispirazione?
Vedo che c'è sempre un filo conduttore tra tutto quello che fai, che poi è il tuo tratto distintivo, un po’ la tua identità…
Devo dire che non c'è un tema, ci sono dei tratti comuni in quello che faccio e la ricerca varia sempre. Poi la realizzazione effettiva visiva del pezzo cambia con me, con quello che mi piace o sul quale ho una propensione in quel momento.
Per esempio Concretiones, la prima collezione, anche se non mi piace chiamarla collezione, ma è una serie di drop composti da temi differenti, è nata dopo un viaggio che ho fatto in Puglia.
Siamo andati in queste grotte pazzesche e dalla stratificazione che vedevo nelle rocce ho avuto l’ispirazione di tirare fuori delle forme. Tutto collegato a questa passione per l'archeologia e la paleontologia. Il mio processo creativo nasce dal vedere qualcosa che mi affascina e rielaborare.
Così ragiona il mio cervello, mi piace molto raccontare delle storie intorno a quello che scopro.
Poi ritorna un po' la parte legata agli studi che ho fatto dove trovo un senso e do una spiegazione a tutto, una sorta di narrazione.
Concretiones spiega come agisce il tempo sulla materia, in questo caso le rocce.
Effettivamente il tema del tempo c’entra molto in quello che faccio, modellare la materia per riuscire a ricreare quello che ho visto e rielaborare come l'ho immaginato, per poi renderlo ovviamente indossabile.

Noto che ti rifai molto all’archeologia, anche soltanto la forma delle posate che sembrano appunto reliquie, come sviluppi questo concetto?
Esatto, sono una rielaborazione delle punte delle lance, si chiamano Amygdala in realtà, prendono spunto da questi oggetti usati dalle civiltà antiche per fare un po' tutto, per cacciare, per scuoiare eccetera.
Per la serie Nodo, invece, ho iniziato a leggere questo libro lunghissimo che poi non ho mai finito in realtà perché è anche abbastanza complesso. Si intitola Sfere, ne parlavano degli architetti una sera e ho detto “ok, voglio leggerlo, mi sembra interessantissimo.”
I primi capitoli parlavano della topologia, una branca della matematica, di questa teoria secondo la quale gli oggetti che sul piano hanno delle componenti comuni, sono considerati uguali e quindi ho fatto proprio queste forme. Ho creato tre pezzi che erano una fibbia, un anello a spirale e degli orecchini.
Nasce da questo, dall'idea di partire da una forma sola e rielaborarla.
Ultimamente devo dire che i miei gusti si sono evoluti, sono cambiati con me.
Ho sempre avuto un approccio materico nel mio design, ma ora sento la necessità di pulizia, di essenzialità.

Ti ispiri a qualcuno in particolare?
Onestamente non ho delle figure di riferimento, sicuramente mi piace scoprire il lavoro di altri designer. Nell’ambito della gioielleria, magari penso ad Elsa Peretti, quindi figure di riferimento in questo tema, però tendo in realtà a non guardare troppo il lavoro degli altri designer.
Preferisco ispirarmi ad alcuni registi o artisti, studiare lavori diversi dal mio, per non rischiare di creare pezzi simili a quelli di un ipotetico competitor.
Ovviamente mi piace quando vedo dei bei progetti, soprattutto quando sono curati bene e c'è un bell'approccio comunicativo dove hanno delle belle fotografie, una bella narrazione dietro, però non guardo quello che fanno in termini di prodotto.

La scelta dei nomi invece?
Io sono piuttosto felice dei miei nomi, si rifà tutto un po' all'inizio, quando ho creato questa identità generale del progetto, ovviamente c’entrano la paleontologia e l’archeologia.
Leggendo i libri dei fossili i nomi scientifici sono in latino, quindi mi è piaciuta l'idea di dare degli appellativi che si ispirassero a quel filone settoriale e si rifà al tema della collezione in generale.
Ci metto tantissimo a sceglierli in realtà, è molto complesso perché poi sembra sempre tutto banale o semplicemente troppo e dici…"Cosa sto dicendo?”
Ad esempio Embryo è il mio primo pezzo, quasi embrionale ed è nato così il nome.
Incertae Sedis, invece è pazzesco come nome, è in latino e significa “ di sede non sicura”, cioè di luogo non certo.
Sono queste forme di fossili ritrovate che alcuni studiosi non sanno collocare, non sanno se è un mammifero, se un anfibio, non sono catalogabili fondamentalmente e ho detto: “Stupendo. Sono loro.”

Lavorando con la materia, in questo caso con i metalli, qual è la parte che ti affascina di più di tutto il processo?
A me piace tantissimo il cambiamento di stato.
Sicuramente la parte della fusione è molto affascinante oltre a trovarla ipnotica. Quando vedi l’argento fondere rimani lì a fissarlo, si creano dei colori unici ed è assurdo come il tuo intervento umano modifichi la materia, parti da pezzi che sono solidi, possono essere dei grani, possono essere scarti di lavorazioni precedenti e scaldandoli a temperature molto elevate, iniziano a liquefarsi.
È intrigante vedere come cambia lo stato, quando lo coli nello stampo vedi esattamente i tre passaggi da grani di argento a liquido, per poi riformarsi, si plasmano seguendo la sagoma che hai creato.
Pensare che sono tecniche antichissime, scoperte migliaia di anni fa, mi intriga e mi piace perché è proprio un lavoro manuale, soprattutto all'inizio, adesso purtroppo la parte della fusione non la seguo più, però era la mia parte preferita ed era anche la più faticosa, ma sicuramente la più gratificante.
Quanto è complesso fondere?
Una volta che trovi le tecniche giuste non è così difficile, anzi è anche veloce.
In pratica metti nel crogiolo, fatto di una ceramica speciale resistente a temperature elevate, i pezzetti di argento, aggiungi la borace, una polvere che serve ad aumentare il grado di calore e a ripulire dalle impurità una parte di argento, poi ci sono due bombole, una di ossigeno e una di gas che si accendono con l’accendino creando questa fiammata da calibrare, ovviamente non deve essere una fiammata troppo forte altrimenti brucia il metallo senza fonderlo.

Molto importante è la preparazione dello stampo, quando ho cominciato, ho utilizzato gli ossi di seppia, perché non ho mai avuto alcun tipo di conoscenza, nessuna esperienza, nessun budget per iniziare e parlando con questo orafo mi disse: “Guarda, è una tecnica antichissima", è la primissima ad essere stata inventata e la più facile da realizzare.
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L’osso è fatto di un materiale tenero, sembra quasi gesso e resiste al calore durante la fusione, però è un pezzo unico e non puoi riutilizzare lo stesso “stampo” perché si brucia completamente all'interno.
In pratica dividi l'osso di seppia a metà e crei due superfici che combaciano perfettamente, inserisci il prototipo in cera e una volta che premi le due metà si crea l’impronta, successivamente scavi dei canali da cui entrerà il metallo.
Ora invece utilizzo la staffa, ossia uno stampo in terra rossa battuta e il procedimento rimane il medesimo con la differenza che si può riutilizzare.
Per quanto riguarda i materiali, mi hai detto che sei partita con l'alluminio e poi ti sei evoluta con ottone e argento. Qual è il materiale che ti piace di più lavorare e vedere anche finito?
Ti direi l’argento, sicuramente l’alluminio quando ho iniziato è stato una scelta dovuta ai costi, ovviamente non avevo budget e questo materiale è molto più economico rispetto all’argento, non ha bisogno di timbrature, non è un metallo prezioso, però devo dire che l’ho amato molto perché mi ha permesso di produrre delle forme che con altri metalli non avrei mai potuto realizzare perché sarebbero state pesantissime.
Quindi devo dire che in realtà, nonostante preferisca l'argento perché ha un tono leggermente più caldo, ho amato molto anche l’alluminio.
Tornando alla fusione, hai iniziato con delle fonderie di Como, giusto? Però adesso ti stai spostando a Milano…
Quanto è importante per te rimanere focalizzata su una produzione made in Italy e piccola, dove tu riesci effettivamente a supervisionare tutto il processo?
È assolutamente fondamentale la qualità del pezzo, quindi tutto il processo produttivo.
Ho cambiato molte fonderie, ci sono diverse motivazioni ovviamente, ed è importantissimo per me riuscire a poter testare la qualità, ad esempio: so che faccio un certo numero di pezzi che vengono fatti bene da quella persona, da quella fonderia che posso controllare e posso rimandare indietro se non vanno bene, è essenziale, è proprio la base del progetto e poi ci tengo che sia tutto local.
Vorrei supportare queste realtà che alla fine fanno parte della nostra filiera. Di conseguenza si instaura un certo contatto e un rapporto di fiducia, un aspetto cruciale, che se fossimo a distanza non avrei.
Ti pongo ora due domande che sono più un'astrazione.
Se ti dico Luce, che cosa ti viene in mente, basandoti sul tuo progetto?
Mi viene in mente la prima fiamma che si crea quando inizi a fondere. Questa fiammata improvvisa che è proprio luce pura, è azzurra, bianca, rossa, assume colori differenti.
Se ti dico Crudo invece? Sempre legato a quello che fai…
Mi viene sempre in mente la fase della produzione che per me è uno step importantissimo, se penso a crudo penso al metallo prima di essere fuso.
Infatti in gergo tecnico si parla di metallo crudo e metallo cotto.

